I libri, in ordine sparso, le prime letture

Ho letto il don Chisciotte molti anni fa. Abitavo nel comune di Vinci, a Sovigliana, ricordo la lettura protratta nel dopocena e oltre, alla scrivania. Sulla mia destra tenevo quella candela, nel piatto di rame, come un piccolo fuoco al quale accendere una sigaretta dopo l’altra. Il portacandele era stracolmo di mozziconi. L’edizione in due volumi, Einaudi, me l’aveva data in prestito la mia professoressa d’italiano.

Dell’Iliade invece ho in mente la costa rocciosa sotto Populonia, i capelli cortissimi, la schiena protetta da una camicia bianca. Il sole era abbagliante, gli occhi mi bruciavano sulle pagine, a volte mi tuffavo e poi riprendevo in mano il libro, che qualche traccia d’acqua rendeva ancora più concreto. Alzavo gli occhi, di fronte a me Primetta distesa su uno scoglio, in pieno sole, magrissima come un’alga, il seno nudo.

La Divina Commedia è stata un’immersione nel suono delle parole. Canto dopo canto, di seguito, perdersi nella musica, diventare ritmo e scrittura. Letto alla scrivania, a sedere al tavolo di cucina – oppure di fronte a una finestra, sul pavimento. Sognavo ogni notte sogni giganteschi e colorati. Toccavo con le mani e la punta della lingua l’entusiasmo.

Kafka, le prime pagine sofferte, me le ricordo sul terrazzo di casa, le spalle contro il muro. Oppure in garage. Avevo diciassette anni, accendevo sigarette con i fiammiferi da cucina. Ho cominciato a leggere da Kafka, e lui, per me, rimarrà “la scrittura”. Mi commuove in qualsiasi incontro. Ho parlato di Kafka con un’anziana signora di quasi novant’anni, bellissima, conosciuta in uno dei miei primi lavori, alla casa di riposo. Si chiamava Virginia, e mi raccontò la sua versione della Metamorfosi. Amava ancora suo marito, morto molto addietro, “lui faceva il fotografo a Venezia”. “Poverino”, mi diceva di Gregor Samsa, “poverino che si era trasformato in un insetto e si vergognava…”.

Nella biblioteca della facoltà di Lettere, a Firenze, leggevo invece Saba e Montale. Lessi anche le poesie di Sbarbaro, l’edizione originale, il Pianissimo del fondo Palazzeschi. Pianissimo avrebbe dovuto intitolarsi “Sottovoce”, ma Sottovoce edizione La Voce, per l’assonanza, non poteva andare, almeno a giudizio di Papini. Avrei voluto non restituirlo più, quel libro. Sul frontespizio c’era la dedica al caro amico Aldo, e il libro a stampa era invece dedicato “A mio padre morto”. Aldo e mio padre morto mi sembrarono una coincidenza incredibile.

Le merende nella casa di Fucecchio, tra un libro e l’altro. La lettura in giardino, sotto il tiglio. Il profumo intenso dei fiori, i gatti, lo sguardo che incrociavo di Primetta e i suoi sorrisi. Le chiacchierate che non finivano mai con suo padre, le dure provocazioni sulla letteratura e la superficialità di ogni romanziere che non fosse il suo Jack London. Veniva sera, dovevo tornare a casa, avevo la moto o l’autobus, secondo gli anni, secondo le stagioni. Il libro dal titolo più strano che ho letto là: Minerva e lo scimmione – sulla cosiddetta polemica carducciana. L’autore, mi sembra, Ettore Romagnoli. Lei prendeva dei libri dallo scaffale, senza che io vedessi quale, ne leggeva una frase e io dovevo indovinare il titolo. “Ma come fai?”

Il tavolo coperto dal vetro, freddo e opaco, nel salotto di casa mia. A volte disteso sul divano di velluto rosso della stessa stanza. Uno dei tanti libri che ho divorato in quella stanza, un libro di Adler, forse quello sull’Es. Adler il cattivo/Adler il perfido! Mi piaceva abbandonare i libri distesi su quel ripiano di vetro, avere ogni cosa a portata di mano, e ignorare qualsiasi altro ordine. La stanza, per il fumo, diventava una camera a gas. A volte mi stordivo con la musica: era stupendo tutto quel fracasso in cuffia, a notte fonda. Mi piaceva vedere arrivare l’alba. Non appena faceva giorno, allora mi mettevo a letto. La camera piccola dove dormivo. Stagione tristissima, l’anno in cui dovevo leggere anche Fogazzaro per l’università. Le sere non terminavano mai. Mi ricordo in particolare di una domenica alla fine dell’inverno, mia madre era malata, fuori era già buio, avrei voluto cancellare quel pomeriggio. Lo sguardo rimaneva impantanato sulla scrittura. Non leggevo perché mi osservavo mentre stavo leggendo, e dentro di me dicevo: “è questo che vuole l’università? Al diavolo!, le puttane le paghi proprio perché non provano piacere!”

Un minuscolo libro di Roland Barthes l’ho comprato in una libreria a Orbetello, era la trascrizione di una lezione universitaria sulla semiologia. In agosto. Lessi quel libro così sottile in tenda. E’ un libro bianco, che sono sicuro faccia ancora parte della mia biblioteca. Non lo vedo da un secolo. Invece, a Levanto, ho comprato Il manuale del Boia di Charles Duff,  letto quasi interamente nel golfo di Corniglia. Il sole era portentoso.

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