Make tomorrow

Questa è la storia di un tipo che non si sa come si chiama. I mobili che autoproduce, però, hanno tutti un nome in lettere e cifre. Se a qualcuno interessa, essendo modulari, sono facilmente replicabili – basta procurarsi i progetti.

LIVELLO DI DIFFICOLTA’: 2/5 per costruirsi i mobili; 4/5 per leggere il racconto.

Come fai a costruirti il futuro? Poteva essere questa la domanda più giusta per capire l’atteggiamento con cui l’uomo si avvicinò alla proposta di Enzo Mari. Il libro si intitolava “Autoprogettazione?”, proprio così, con il punto di domanda. L’aveva individuato sulla bancarella per via della costola a spirale e gli erano piaciute anche le parole di Giulio Carlo Argan – un critico d’arte che si ricordava dal liceo: “Mari ha ragione, tutti devono progettare: in fondo è il miglior modo per non essere progettati”. L’arguzia di Argan, tradotta anche in inglese, squillava nera in campo giallo sulla retrocopertina. Era datata 1974, un secolo addietro… Acquistò il libro a un prezzo tutto sommato contenuto.

Dei progetti proposti – si trattava di mobili diciamo così rudimentali, quasi brutalisti – notò per primo lo scaffale libreria, che stando alla legenda si chiamava 1123xU. Anche il 1123xT non era male… un armadio con lo scheletro esterno. C’era invece una sedia a dir poco raccapricciante, la 1123xP, di cui veniva commercializzata anche una sorta di scatola di montaggio, pareva un oggetto buono per un pollaio. Decise di costruire l’intera collezione. Prima però lesse il libro e si accorse che quel designer lì, Enzo Mari, era uno portato un po’ a incazzarsi, che vedrai non gli sarebbe stata bene nemmeno la parola che aveva usato l’uomo per il suo proponimento, “collezione”. Il designer voleva stimolare i lettori e convincerli a progettare in autonomia, anche apportando delle migliorie che li aiutassero a percepire “le ragioni fondanti” di quel che facevano… Sì, quelli erano gli anni settanta e all’uomo gli venne in mente che allora c’era chi si costruiva le librerie con tavole grezze e mattoni, e gli pareva di fare chissà che cosa, magari la rivoluzione… Dopo aver letto il libro e guardato le illustrazioni, l’uomo decise che lui avrebbe rispettato quei progetti al millimetro, altro che creatività! A lui gli piacevano così com’erano e basta. Doveva costruirsi il futuro.

Andò da un grossista di legname e si fece consigliare sul legno, o “più propriamente essenza legnosa” come aveva trovato scritto su un vecchio articolo di una rivista di architettura.

            “Legno da costruzione? Senza tanti pregi, economico? L’abete…”.

            “Bene. Lei può anche ricavarne degli scorci a misura, piallati?”.

            “Per questo deve rivolgersi a un falegname”.

            “Mi costerà molto?”.

            “Dipende…”.

            “Dal numero degli scorci?”.

            “Più che altro dal falegname…”.

L’uomo allora acquistò diverse di quelle tavole che il grossista aveva definito sottomisura di abete, “forse un po’ nodoso ma vedrà che andrà benissimo”.

            “Grazie”         

            “Si figuri…”.

            L’uomo non aveva capito perché quelle tavole di abete, che erano lunghe circa due metri e mezzo, le chiamavano sottomisura… ma vabbè… Se le fece caricare sul bagagliaio della Fiat Tipo grigia e si mise in cerca di un falegname.

            Dopo diversi tentativi ne trovò uno che si dichiarò disposto al lavoro. Ma non fu incoraggiante:

            “Che ci deve fare con tutte questi regolini eh? Il lego?”

            “E’ un progetto di Enzo Mari…”.

            “Chi?”

            “Niente niente… è un hobby” volle concludere l’uomo, che pure pensò: ‘Se mi sentisse Mari…’.

Il giorno stesso, anzi, la sera stessa fino a tarda notte non fece che martellare. Uno dice: che ci vuole a piantare un chiodo nel legno?, ma a parte il fatto che si era tirato un paio di botte sulla mano sinistra che non ti dico il dolore… i chiodi si storcevano sotto le martellate maldestre e a volte, anche se riuscivi a piantarli per bene, ti accorgevi poi che il pezzo non era messo preciso… insomma, un vero casino.  Doveva pensarla così anche quella signora del piano di sotto che in preda all’esasperazione urlò: “Non è l’ora di finirla?”. Del resto lei che ne poteva sapere del designer Enzo Mari? E poi l’uomo si stava costruendo il futuro, mica scherzi! Verso mezzanotte e trenta, finalmente, il primo oggetto della collezione – pace all’anima del designer – era fatto: 1123xQ, una sedia. Non quella da pollaio, un’altra, che a guardarla così pareva proprio una di quelle seggioline da picnic che trovi all’Ikea a 7 euro, ma al contrario di quella non la potevi ripiegare, era fissa. E anche piena di nodi. Però bellina. Domani, si disse l’uomo, mi faccio il letto. Ma intanto proviamola. Si sedette e quella fece appena un cric, ma reggeva. Bene.

Il giorno dopo l’uomo cominciò fin dalle prime ore di luce: “Il mattino ha l’oro in bocca…” si esortò. E costruì 1123xO, un letto di tavole, con la testata a croce di sant’Andrea, per meglio dire appunto a X, come nel nome. In una baracca di un campo di concentramento avrebbe fatto la sua figura… Anche se si accorse che quello lì, per dirla tutta, non lo potevi propriamente definire un letto. Era infatti soltanto il telaio di fuori, senza rete né materasso. Ma tant’è. Per conferma guardò la figura sul libro e sì, era proprio così che andava fatto. E due!, si disse contento. Poi cercò il disegno del comodino e quando si accorse che non c’era gli dispiacque un po’… eh Mari Mari… Quel giorno ce la fece a inchiodare perfino la sedia 1123xR, un altro modello ancora, che non assomigliava né alla precedente seggiolina da picnic – oramai così l’aveva ribattezzata lui – né a quell’orrore da pollaio. Però dovrò costruire anche 1123xP, si impose, anche se la P forse sta proprio per pollaio ah-ah-ah. E’ perfino possibile che con un po’ di esperienza riesca ad apprezzala, no? Le pulci secche sulle mani e gli ematomi gli facevano un po’ meno male, forse per la contentezza.

Il giorno dopo – era il terzo – decise di dedicarsi al primo tavolo, 1123xD, e nella foga ne fece anche un altro, 1123xC. Già che c’era anche il letto 1123xM che aveva le tavolette disposte piramidali, ma anche quello niente materasso o rete. Poi corse a comperare altre tavole dal grossista e le trasportò al vecchio della falegnameria, che gli guardò le mani – e gli ematomi e l’unghia nera – e disse:

            “Vedo che i lavori procedono, eh? Diceva bene mio padre, a ognuno il mestiere suo…”. ‘Vabbè, tuo padre avrà detto anche così… ma Enzo Mari mica sarebbe d’accordo sai? Autoprogettazione!’, commentò mentalmente l’uomo.

            Quando ritornò a casa con le tavole appena tagliate non ce la fece a resistere: 1123xB, altro tavolo, e vai!

            Nei giorni seguenti costruì l’intero catalogo 1123xE, 1123xN ecc. Oramai ci aveva preso la mano, la destra, e anche l’altra mano, la sinistra, era guarita. Più o meno. Ebbe della titubanza con il tavolo tondo 1123xH, che in mezzo a tutti quegli angoli retti gli sembrava a sproposito, un po’come un extracomunitario negro a casa Pound – Enzo Mari non sarebbe stato contento della similitudine – ma poi finì per convincersi che nella collezione c’era posto anche per lui. Fece la sedia da pollaio, e come volevasi dimostrare, ora che ci stava seduto gli parve la più comoda. Non per nulla era quella che avevano commercializzato con la scatola di montaggio e anche i chiodi occorrenti. Ma lui aveva fatto per conto suo! L’ultimo giorno di lavoro, il sesto, lo dedicò a quelli che da sempre considerava gli oggetti più belli, l’armadio – bellissimo! – e lo scaffale libreria, un oggettino davvero fine. Aveva costruito tutto, il suo futuro era lì, ora sarebbe bastato soltanto abitarlo.

            Si alzò di buon ora. Raccolse da terra il libro di Enzo Mari, “Autoprogettazione?”, proprio così, con il punto di domanda. Fece tre passi e lo collocò nello scaffale più alto della sua libreria di abete chiaro, piena di nodi. In cima a sinistra. Con la costola a spirale ben adiacente al montante.  Bene, era il settimo giorno. Il settimo si riposò.

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