Sono nato a gennaio, ma non ho fatto la “primina”. Quest’idea che i genitori buttino in pista i loro figli in anticipo sugli altri perché così guadagnano un anno mi sembra una cosa insulsa. I cimiteri sono pieni di gente che ha guadagnato un anno.

            Quando scattava il millesimo arrivava il momento, e il mondo adulto, che si era già organizzato durante l’estate, faceva la retata: il primo ottobre dei tuoi sei anni ti coprivano con un grembiulaccio nero, ti infiocchettavano e ti accompagnavano a varcare il cancello, dove c’era scritto: “Il banco rende liberi”. Che ovviamente non era vero, e lo imparavi subito, considerato che la scuola, nonostante l’impegno più che volenteroso della “signora maestra”, si rivelava una gran rottura di coglioni. Un fatto risaputo, per questo ci portavano a scuola tutti insieme, svuotando le strade, perché un’interpretazione sbagliata della socialità ha sempre avuto come base il seguente assunto: se fai una cosa priva di senso però tutti insieme, la cosa non ti sembra poi così assurda, ma addirittura normale. Si va alla guerra, al lavoro, o a intasare le autostrade di agosto, in fila alla posta per spedire la raccomandata di una multa o a votare – perché la stupidità certa della cosa in sé viene diluita e neutralizzata nel saperti insieme a tutti gli altri, tanto è vero che c’è anche chi sostiene che in quel momento stai facendo la cosa più intelligente da fare. Ma non è così, è bugia, perché in verità rimane una rottura di coglioni, sempre.

            Io, nato di gennaio, e dunque naturalmente posticipato rispetto agli altri, a scuola ero bravissimo. Almeno nelle prime classi, perché poi, salendo i gradoni della carriera scolastica e uniformandosi al modello del bambino che dovevamo diventare, il vantaggio scemava. Così ti ritrovavi bravo e ubbidiente, e quella cosa assurda, siccome c’eri immerso tutti i giorni a bagnomaria, ti sembrava un dato di natura: le cartelle, i pennarelli, i righelli, i dettati e le tabelline. La miglior pedagogia è sempre stata quella della fede: a furia di secchiate d’acqua, giorno dopo giorno, si può abbattere anche un muro, e le nostre maestre non ne dubitavano. Roba da non crederci, ma che vuoi farci?, siamo tutti qui, noi, ben allineati nella disposizione ecclesiastica dei banchi di fronte alla cattedra/altare. Dalla finestra allora guardavi le strade vuote con un sospiro, dove passava ogni tanto un vecchio del paese, un prete, qualche massaia affaccendata. In realtà non avevano fatto prigioniero soltanto te e i tuoi compagni, ma anche quasi tutti i nostri genitori, che a quell’ora scomparivano nel loro inghiottitoio: il lavoro. Comunque dovevi resistere, almeno fino alla campanella, quando – sia ringraziato iddio! – ritornavi a respirare, sebbene ti avessero preventivamente affibbiato i compiti per casa, tanto per non farti prendere il viziaccio della libertà. Non dovevi dimenticare, nemmeno per un momento, che saresti dovuto ritornare lì, a imparare come si fa a crescere. Ti aspettiamo dentro al cancello, tu e tutti gli altri disperati come te, cioè i senza speranza.

            Ma non vorrei suggerire una brutta impressione della scuola, che a parte la noia mortale in fin dei conti non era poi così terribile. Vigeva un’alleanza sottaciuta: la maestra cercava di farci passare in qualche modo il tempo, noi le permettevamo di guadagnarsi uno stipendio decente. In fondo ci voleva così poco per volersi bene…

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