Cesco Francesco (67)

CARTA SESSANTOTTO, CICIUS

Nun è che l’occupazione ce mancasse, noi di Cesco s’era quasi sempre ‘n movimento, anche nelle preci. Si camminava e si pregava cantando a squarciagola, de passaggio, cussicché a chi restava ‘nvece fermo gli si facea l’effetto doppler, che se hai uno poco de fantasia te lo posso descrive anche in vergatura come uno poeta futurista.

Tu te fingi d’esse appoggiato allo tronco d’uno fratello arbore, fisso sulla strada, e ce senti arrivà di lontano, poi di volume massimamente forte quanno semo vicini vicini e poi de novo piano e pianissimo quando ce s’allontana. E metti che se canti una “a”, che gl’è la vocale delli angeli, e allora il doppler farebbe all’incirca cussì: …aaaaaaAAAaaaaaa… (con le maiuscolone e minuscole meglio nun saccio fare).

E ora te spiego anco perché la a è la vacale delli angeli: gli è simplex, tu basta che t’apri la bocca e gli dai fiato e n’esce una “a” de continuo per quanto polmone hai nello corpo, nun è vero? Ché ‘nfatti quando vai dallo medicus te dice “apra completo e dica ‘a’”, e tu: “aaaaaaaaaaaa…”.

Noi ceschiani dunque se faceva tanto moto, in sue e in giue, per le strade in salita e ‘n discesa, per li campi, per li boschi, per li monti e le valli fino a dentro ‘i paesi e le cittade, anche de terre stranie. Ché la parola di nostro Signore va portata ‘n giro, besogna esse viandanti de’ Cristo, mica abbuzzassi ‘ntorpiditi nelli conventi con le nespole sempre ‘n mano, cussì cume fanno li domenicani! E dunque ce se trovava da occupà semper, per exemplo anche nello nuotare de lago e de fiume, nell’arrampicatura sulli arbori, nelli salti delli fossi e dalli strapiombi, nelle sgambate a rottadecollo e financo nelle danze corali. E questa gl’era una sorta de gioco libero. Ma poi se facevano anche ludi di squadra, tipo lo sbarbacipolla, lo gallo zoppo, lo salto del montone et, cun lo vorgolo de stracci, la palla liberata o prigioniera, lo gioco della pallacesto, la palla volante, eccetera eccetera. Mica foia agonistica eh… amatoriale, sanza vincere né perdere, perché lo bello era lo giuoco istesso e nun lo risultato.

Una volta Campano propose anco lo pugilato, che a lui gran nòcciolo com’era li riusciva dimorto bene, e ce divertimmo, per una sera, a dàssele de ragione santa, ma per burla eh. E allora Cesco, che avea già uno occhio nero da una mina precisa de Ruffino, disse: “abbiamo fatto lo pugilato e ora ce mettemo a lottassi a iudo”. E che sarebbe lo iudo, dumandammo noi alla nostra guida. “Sarebbe una lotta che t’abbranchi per lo saio e te tiri e te strattoni finoacché uno nun fa la caprioa a quell’altro che se trova schienato in sull’erba”. Ganzo, dài! E ce provammo per tutta una sera, che ce divertimmo un sacco, anche se li sacchi de’ nostri vestimenti se scucirono de brutto ritornando in toppe. Epperò qui a Cesco li venne un’idea d’insegnamento e disse “provate a fa cussì, uno se tiene sempre lo saio e uno si mette niudo, e ve lottate – ma pe’ finta eh –  nella lotta de’iudochi”. E allora Gonzago, che è d’indole uno poco esibizionista, se spogliede subito restando gnudo integrale e Silvestro invece se strinse ancor più chiuso dentro lo saio. Cuminciaro a abbracciassi e strattonassi, ma Gonzago sgusciava via come lo serpone, mentre Silvestro se truovava sempre impacciato, abbrancato sullo cappuccione e a giravoltola ‘n terra. E qui allora lo santissimo Cesco alzò lo ditino indice come a ‘nsegnamento profundo de metafora e recitò: “Avete visto, fratelli? Vi sia noto come un uomo vestito non possa combatte con uno ‘gnudo, perché più presto è gettato a terra colui che offre ‘na presa”. Corbezzoli!, ce dicemmo in coro, grande insegnamento gl’era, che le robe anche de poche e miserrime vesti te tengono più abbrancato e sottomesso che la completa e libera nudità. Ma poi  lo nostro Cesco se volle fa sincero e ce confessiede che quella nun era ‘na massima proprio inventata da lui medesimo, ma da santa Chiara, che ‘na volta gliel’aveva detta e lui nera rimasto accussì stupito che ce la volle ripropinà a noi.

Ora, la Chiara l’è donna colta de famiglia de’ maggiori, e la disse prima in latino istruito e poi gliela tradusse, perché Cesco, se sa, era uno poco asinuccio in lettere antiche. Ma d’origine facea cussì: “et vestitum cun nudo certare non posse, quia cicius ad terram deicitur qui habet unde teneatur”.  E ora che c’avea svelato lo segreto Cesco la ripetiede anche a noi, in latinorum, che tanto la massima l’era piaciuta che se l’era ‘mparata a pappagallo. Auscultammo ognun compreso in serietà. E poi ‘mprovvisamente lo Zolla se mise a ride, perché ce disse che quella parola, “cicius” lo facea appunto ridere, e da lì a un paio de lune almeno, tutte le volte che la mattina lo si salutava con ciao, lui rispondeva, “cicius!” e rideva, rideva, e chissà che gli parea de dire.

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