L’etica, la morale, un bar che brucia, Gaza

Mia nonna, in parole semplici ma efficaci, mi ha indicato che cosa sia un’impostazione etica dell’esistenza. Lei diceva: “Bisogna avere cervello”, che tradotto per chi non è un poeta, significa: ragiona e cerca di non avvelenarti la vita.

Perché nella vita non c’è un bene e un male in relazione a un codice astratto – questo è ciò che credono i moralisti –, ma il buono e il cattivo sì. E allora ragionare con il cervello vuol dire che ogni volta cercherai la salute e il buono, e non il contrario, che è appunto l’avvelenarsi la vita. Risulta dunque indispensabile non ficcarsi in una situazione dove non avrai più la possibilità di scegliere, perché altrimenti andrai a far parte di ciò che è cattivo, di necessità. Sembra un discorso banale ma non lo è affatto.

Agire eticamente è agire preventivamente. L’etica, quando può, cerca di cambiare la situazione in maniera da rendere possibile anche la scelta del buono – altrimenti fa di tutto per non ficcarsi dentro quella situazione, perché sa che non c’è morale che tenga nell’impossibilità di scegliere.

Una formula semplice: in una situazione non sempre sarà presente la possibilità del buono, ma di sicuro non risulterà possibile nella sua impossibilità. Dunque, in quest’ultima situazione impossibile (senza possibilità di scelta) bisogna evitare di ritrovarcisi. La morale astratta di un codice, e non l’etica, contribuisce invece a renderti difficile comprendere la lezione di base, perché tenta di convincerti che in ogni contesto esisterà sempre la via del bene e la via del male, e non è vero.

Penso che distinguere tra etica e morale sia dunque proficuo, almeno se cerchi di vivere un’esistenza buona. È triste a dirsi, ma in certe situazioni non hai assolutamente possibilità di scelta: quando brucia un bar, per esempio, ciò che si rivela necessario per non morire, nel momento in cui si appicca il fuoco e già divampa l’incendio, è non trovarti lì. Ancora più triste: tu volevi soltanto divertirti a cazzeggiare con gli amici. Ma le fiamme non sanno niente del bene e del male, non distinguono chi è responsabile e chi non lo è, loro non scelgono fra i colpevoli e gli innocenti. Tu non sei colpevole, ma nessuno tra chi ti vuole bene ha adesso il minimo dubbio che il buono, per te, quella notte era non essere lì.

Lo so, molti scuoteranno la testa e forse addirittura mi detesteranno per quel che ho scritto, che sentono come privo di rispetto per le vittime, proprio perché ragazzi e ragazze giovani, proprio perché innocenti. Ad altri appariranno considerazioni di una stupidità abissale, prive di senso. Ma io so che mia nonna aveva ragione “Bisogna avere cervello”, che tra l’altro significa capire che certi modi di avvelenarsi la vita non sono mai interpretati come assolutamente rovinosi, e lo diventano proprio perché non è mai stato dubitato che fossero un bene.

Ma vorrei scrivere ancora qualcosa di ulteriore e forse di più grave, proprio per non assecondare quello sciacallaggio di chi usa questa tragedia definendola strage per coprire quelle stragi di altre parti del mondo che non si vogliono ricordare, e che durante le celebrazioni natalizie assumono il peso di un turbamento alleggerito dalla lontananza.

Lo dico attraverso la satira, o meglio ancora il sarcasmo. Secondo me quello che è accaduto a Crans-Montana diventa una chiara indicazione per Netanyahu: per ammazzare i palestinesi non è necessario tutto quel dispendio di aerei, carrarmati, bombe e droni. Li chiudi un ultimo dell’anno in un bar svizzero, due petardi e via. La vita di un bambino di Gaza non vale la fetta di un panettone.

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