CARTA QUARANTA E SETTE, VERSO LO ROMITORIO
Successe anco la volta che Cesco se fece trasportare da uno asinello su per un monte, con lo padrone dello asino che lo seguiva a tergo a spronare lo animalo, perché Cesco se sentiva indisposto e chiese all’homo di condurlo in suso dove c’era un romitorio che vi avrebbe pregato in solitudine. E l’homo disse: “Te ce porto proprio perché sei te, cioè uno santo, ma con questo caldo della madonna sarà una faticaccia diavola…”. Al che lo santo lo ammonì: “Però non te bestemmiare…”, e lo padrone dello asino rispuose: “Scusàsseme”. E partiro.
Fu veramente uno giorno caldissimo e anco lo asino, per quanto bestia paziente e servizievole, più volte se revolse a Cesco lamentandosene in lingua asinina “Boia! Era dal 1213 che non se presentava uno bollore accussì!” E lo santo, asciugandosi la collottola: “Gli è verissimo, fratello meo” e se misero a discutere dello mutamento dello clima e dello fatto accertato che, almeno dallo scollinamento dello seculo, non c’erano più le mezze stagioni. E ‘ntanto, lo padrone, nell’attardarsi da dreo, se squagliava nello sudare in gran copia, con grave periculo di disidratazio e de colpo de sole se non d’enfarto. Finché, allo lumicino, fece: “Mi moro, se non truovo subitamente qualche cosa da beve quant’è vero Iddio me schianto!” Al che, il nostro Cesco, accuortosi dello periglioso malo, senza por tempo in mezzo se scese dallo asino e pregò l’Altissimo con queste franche parole: “Te prego Signore d’intervenire in qualche modo sennò me ce lascia la buccia!” E subito sentiede che Iddio l’aveva esaudito e perciò disse allo homo: “Vai a quella pietra là e vedrai ce truovi la sorpresa…” e gli indicò con lo dito uno sasso poco distante sul ciglione della via. E infatti l’homo ce andò e disse “Miraculo!” perché dallo sasso sgorgava acqua generosa. Così se chinò a lappare e tanto li piacea che cominciò allo lodare, con frase fatta: “Quanno hai vera sete non c’è cosa megliore dell’acqua!” Ma poi ce ripensiede, e giratosi verso Francesco domandò: “Santissimo, già che ce sei, perché non completi lo miracolo?”
“In che senso?” si meravigliò lo santo.
“Nun potresti trasformare la acqua intu vino come quel Cristo a cui t’ispiri? O comunque chiederlo a lo Signore de cieli che te t’ascolta?”
”Be’…” disse divertito Cesco, “io uno tentativo lo faccio, epperò nun t’assicuro dello risultato…” E allora se rivolse nuovamente all’Altissimo: “Signore, hai sentito lo homo?” e dài ancora miraculo! Invece della sorella acqua lo sasso cominciede a buttare lo fratello vino!
Così lo miraculato se lo sorseggiò di gusto… ma poi d’improvviso se fermiede e se girò ancora verso Cesco.
“Che c’è ora?” disse lo nostro pastore.
“No, sai, pensavo,,, già che c’eri, potevi esse anco più specifico…”
“Incioè?”
“Visto che questo è uno sasso, potevi anche chiede che se sgorgasse lo vino Sassicaria, no?”
“O che sei di Bolghero te?” domandò in stupore lo santo.
“Davvero!”
“Ma senti…” e dài miraculo tre! Dallo sasso zampillò d’un botto lo pregiatissimo Sassicaria!
“Ora sì che ci siamo!” disse tutto contento l’homo, e lappiede de gusto ancora e ancora. Finché se fece fermo, apparentemente sazio. Ebbe invece un’antra richiesta:
“Santissimo Cesco mio, visto che lo sasso non smette de fungere, me lo posso portare cum me, tante volte me riprendesse l’arsore?”
“Hai voglia …” rispuose lo nostro, che in quanto a generosità nun lo batte nissuno.
E cussì, i tre, si rimisero in marcia e con loro lo sasso de’ Sassicaria. Ma dopo uno poco, l’asino fece a Cesco: “E io?” Lo pazientissimo santo se rivolse allora allo homo e gli disse: “Suvvia, dài uno poco di mommo anche allo asino, dài…”
“Lo Sassicaria allo asino?”
“Certus, anco lui è creatura de Dio! E nun per niente se chiama anche ciuccio!”
E infatti, quanno lo homo gli porse un po’ de puppa, lo asino s’attacchiede alquanto, e di Sassicaria ne bevve a iosa, quante ne beveva l’homo quante ne bevea lui. E cussì all’animalo se sciolse lo scilinguagnolo e comenciede a straparlare, e nello straparlare se fece sborone e si rivolgeva a Cesco e gli dicea: “Te ne ricordi del buon samaritano che carichiede lo ferito sullo suo asino e lo portiede all’albergo?”
“Certissimamente, sta nelle Sacre Scritture” rispuose lo santo che conosceva li Vangeli a menadito.
“Ecco, quello asino era uno mio lontano parente…”
“Ma senti…” facea finta di crederci lo santo.
E l’homo “Ah ah ah” ridea alticcio, ché anco lui adesso capiva la lingua dello asino, perché questa volta né Cesco né Dio ma era lo Sassicaria a fare lo miraculo!
E qui io Leone mi cesso, perché dello viaggio verso lo romitorio in sul monte niente è più dato sapere, se i tre arrivaro e se arrivaro quanno. Ma la carta sta ugualmente a dimostrare che da sasso durissimo non solo se può bere uno filo de acqua, come scrive lo tiepido santo Bonaventura biografo, ma se Iddio lo vole anco lo Sassicaria n’esce a ricine! E ‘noltre se spiega perché lo sasso non fu più ritruovato in sede, in quanto, come vergai fedelmente sopra, se lo prese con sé lo homo de Bolghero che lo ciuccide per anni e anni insieme allo suo ciuccio d’asino.