Vorrebbe essere un geco, il signor Itchek, per arrampicarsi sui muri come l’uomo ragno. E poi questo animale gli piace perché non lo vuole nessuno, nonostante sia buono e mangi le zanzare e quelle farfalline di provenienza africana che distruggono i gerani – ché siccome il signor Itchek ha messo tre vasi di gerani sul terrazzo parteggia per i fiori e per i gechi, in culo alle farfalline.

Il geco sembra una lucertola con l’armatura o in tuta mimetica come un marine, e fa il muso – cioè la faccia – da duro. Riesce a schiacciarsi fino all’inverosimile, ha le zampine con le ventose e quando si stacca dalla parete e cade fa toc, un rumore ovattato come un pezzettino di legno. È bruttissimo, dicono, e anche la lingua che spara fuori è come una roba masticata, tozza e collosa, non ha niente a che vedere con la snellezza della linguina biforcuta della lucertola. Proprio perché brutto su di lui si sono accumulati tutta una serie di leggende stereotipate che hanno un che di mitico, anche tra loro in netto contrasto: una, per esempio, è che brucia e un’altra che è freddo come la morte; poi che si attacca ai capelli; poi che pinza; poi che ti morde a sangue ed è velenoso; poi che non devi guardarlo perché porta male; poi che gli piace nascondersi fra le lenzuola e te lo ritrovi nel letto… insomma, non gode di nessuna simpatia, il geco. Però è buono, il signor Itchek lo sa, buono e solitario. A volte il geco, anche, fischia.

Il signor Itchek ora racconta quella storia dei gechi che ha raccontato più volte come aneddoto quando si tratta di riferire l’esperienza del colpo della strega a un interlocutore dolorante per il mal di vita. (Il sigor Itchek sfida Baricco a cimentarsi in un periodo più lungo del precedente senza neanche una virgola…)

“Stavamo facendo pulizia in un garage… sì, i ragazzi della formazione professionale per apprendisti falegnami e io – perché c’è stato un periodo che lavoravo come collaboratore didattico in un laboratorio… anni 93… fino al 2000. E insomma c’era questo garage che era annesso al laboratorio ed era diventata una stanza di sbratto e allora dovevamo rimetterla a posto, tra tavoloni, scorci, pannelli di truciolare e multistrato… Così scosto un pannello dal muro e chi c’è? Ecco due gechi enormi, appiattiti, scuri… era inverno e quei poveretti se ne stavano lì buoni buoni al calduccio, senz’altro rincoglioniti com’è normale per gli animali a sangue freddo. Fra i ragazzi c’era chi scappò e chi invece voleva ucciderli… ma, “Fermi tutti!” dico io, “Andate a cercare un paio di guanti!”. “Che vuol dire proffe, che li vuole prendere?” “Sì, li spostiamo da qua, non fanno male a nessuno”. “Ecco i guanti proffe…”. E io me ne infilo uno, il destro – i gechi sono sempre lì fermi. Mi chino, sto per afferrarne il primo e quello si sposta… e allora io faccio un movimento impercettibile per raggiungerlo, mi abbasso un centimetro di più e… zac! Una frustata terribile alla schiena! Rimango piegato in due ad angolo retto… colpo della strega. La giornata finisce all’ospedale.

Qualche giorno dopo mi chiamano per un controllo medico. Domanda il dottore:

“Come si è infortunato?”

“In laboratorio, con i ragazzi…”

“Sì, ma come è accaduto?” E qui ho mentito, cosa dovevo fare? Mica potevo dirgli del geco, mi vergognavo.

“Ho raccolto uno scorcio di legno, dottore, da terra…”

“Uno scorcio?”

“Sì dottore, uno scorcio… nel senso di un pezzo di tavola, uno scarto…”.

“Bene, ho capito, quindi si è chinato… l’ha sollevata quella tavola?” E allora ho mentito, un’altra volta, per amore della storia…

“Sì, ed è stato lì che ho sentito…”

“Va bene va bene, ma quanto pesava?”

“Che cosa?”

“La tavola, no? Quello… come si chiama? ah sì, lo scorcio che ha raccolto da terra”

“Non saprei dottore…”

“E invece se ne deve ricordare, perché qui bisogna scriverlo… il peso, sa? è importante, per stabilire se questa pratica è di competenza dell’INAIL o invece dell’USL, capisce? Insomma, quella tavola pesava più o meno di tre chili?”.

“Di sicuro meno, dottore…”

“Ah, bene, INPS!”.

Ecco, ora l’aneddoto è finito. E la storia dei gechi è simpatica, fa ridere, non smodatamente ma insomma. Forse è ancora più credibile per il fatto che i gechi, essendo animali per lo più aborriti, portano iella e così ci può stare di chinarsi e rimanere immobilizzati per il colpo della strega. Ma il signor Itchek sa che il segreto è un altro. In questa storia i gechi sono infatti due, e per sortire lo stesso effetto, in una storia inventata, ne sarebbe bastato uno soltanto. Sta qui l’elemento che dà verosimiglianza alla storia. L’inconscio dell’uditore sente “due” e questo geco superfluo fa in modo che la storia diventi “vera”. Cosa se ne ricava, dunque? Qual è la morale? Semplice: tra i due gechi, quello per cui si chinò il signor Itchek pesava sicuramente meno di tre chili, e questo è ovvio. Ma l’altro no, il geco superfluo aveva un peso senz’altro maggiore, quello della verità. Ragiona così il signor Itchek, ed è soddisfatto. Anche se in cuor suo sa che i lettori che apprezzeranno questo… come si chiama? ah sì, scorcio… che si intitola “Il geco” saranno molto, molto rari. Il signor Itchek scrive soltanto per loro.

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