La tazzina numero uno

La prima volta che andai a casa sua era un pomeriggio di giugno, nei giorni della fine dell’anno scolastico o appena dopo, 1979, tra la terza e la quarta liceo. Mi aveva invitato lei, forse per parlare di quelle mie poesie – o presunte tali – consegnatele in lettura.

Per me era un’assoluta novità ricevere un invito privato da un’insegnante, quindi cercai di prepararmi al meglio. Le scarpe d’ordinanza apparivano poco presentabili – erano delle Adidas con le strisce rosse, di un bianco che per l’usura rivelava estese zone di grigio. Andai alla Coop e ne scelsi un paio di cencio con la suola in corda, che non erano le solite espadrilles, avevano i lacci, e comunque pesavano lo stesso quanto un calzino. Mi comprai anche una maglietta nuova della Fruit of the loom, un cotone quasi trasparente, le vendevano in confezioni di tre. I jeans invece potevano andare quelli soliti.

Non ero uno studente modello, non avevo una disciplina scolastica allo studio né leggevo per conto mio, però qualcosa scrivevo. Pochi versi con un lessico striminzito, dove la parola di recente acquisizione aveva l’aspetto di uno spaesato tartufo in mezzo a un campo di patate, e quindi andava a peggiorare le cose rompendo quella povera omogeneità stilistica. Poteva anche accadere che una grossa zolla d’inciampo dialettale emergesse improvvisa dalla scarsa fresatura del terreno. C’era comunque una qualche musica, in quelle parole, un embrione di ritmo sicuramente inconscio, sembravano tenersi proprio per questo. Tanto per insistere con la metafora agricola, oggi posso affermare che si comprendeva quanto il giovane poeta – o presunto tale – fosse spaventosamente in erba, ma c’era per lo meno lo sforzo di non accontentarsi di una voce così come veniva imposta dalla schiavitù adolescenziale, quella cioè per cui tutti i giovani, o quasi tutti, disperati o innamorati che siano, provano a scrivere un verso perché si pensano più sinceri del mondo.

Io ero un atleta, mi allenavo cinque volte alla settimana consumando i miei pomeriggi in copiose sudate e gareggiavo con qualche risultato apprezzabile. Sebbene non partecipassi alla politica attiva mi consideravo senz’altro di sinistra, avevo un legame di coppia già forte dove straripava il cuore e il cervello, mi spostavo su un Beta 50 da cross quasi sempre in due. La mia vita sociale, già allora, era abbastanza contenuta e anche la disciplina sportiva che avevo scelto prevedeva una corsia solitaria, dove ognuno correva contro l’altro e contro il tempo, ma separati, senza toccarsi, in apnea e concentrazione. Le righe del quaderno e quelle della pista, in ciò, si assomigliavano. Così come l’incredibile velocità della poesia costruita al rallentatore somigliava ai cento metri.

Questo mi sembra evidente ora, in quel momento le situazioni erano forse urgenti ma ancora poco definite. Eppure una coerenza c’era, o per lo meno un tentativo per quanto malcerto di non vivere a caso, lasciandosi andare al flusso di quegli anni, che, guardandomi intorno dalla mia bolla, mi apparivano per certi aspetti tragici ma anche fondamentalmente già ridicoli. Gli uomini e le loro occupazioni predilette erano nella stragrande maggioranza buffi e buffe, per quanto si vestissero di panni seriosi e quasi sempre saputi. Io mi allenavo in velocità confidando di trovare, prima o poi, una via di fuga. Ovviamente illudendomi, ma cercando comunque di non ingannarmi – distinguendo, per quanto possibile, l’inganno dall’illusione. La poesia stava dalla parte dell’illusione, certo, ma questa la rendeva forte e in opposizione rispetto all’inganno.

Chissà se lei, la professoressa che ogni studente della nostra classe chiamava banalmente “la mia” professoressa d’italiano, era davvero la professoressa di tutti. La vocazione scolastica ti spinge a crederlo, ma la scuola è falsa fin nel midollo. Il fatto che mi avesse invitato a casa sua, me e qualche altro ma non il noi indifferenziato degli studenti, depositava a favore di un criterio di scelta, per entrambe le parti. E questo era ciò che in lei apprezzavo di più, e che ai miei occhi la rendeva una testimone preziosa. Perché è vero che ognuno di noi parla un linguaggio comune, ma le parole si scelgono – e soprattutto ci scelgono.

Di quel primo pomeriggio a casa sua non ricordo quasi nulla, se non che mi offrì un caffè – la tazzina numero uno delle più di cento o forse duecento degli anni a venire – e che ci sedemmo l’uno di fronte all’altra in salotto. C’era un sole mitigato dalle persiane socchiuse della porta finestra, una luce accogliente e gentile, che stagliava i particolari ma senza esibizione. Era qualcosa di rassicurante e, lo ripeto, di prezioso. Lì stavo bene anche seduto. Potrei parlare del suo sguardo da dietro gli occhiali, del sorriso, delle sigarette che accendeva per subito torturarle nel posacenere. Ma so che sono ricordi che vanno a sovrapporsi negli anni, che non appartengono a quella volta sola. Però dalla sua casa uscii con una rivista in mano, che mi aveva dato in prestito come impegno di lettura, un articolo ricco e difficile sul potere anarchico della poesia. Da lì il mio becco tenero di canarino cominciò a farsi la punta sull’osso di seppia. Fu grazie a Anna che il vizio di leggere diventò la compagnia ideale per l’intossicazione della scrittura, che insieme alle parole ti imprigiona e ti libera nello stesso tempo. Fu grazie a lei che iniziai semplicemente a leggere.

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