La carrozza affogata, prendi la rincorsa con me!

In quanto al progetto – se di progetto si può parlare, ma in parte ne dubito – è presto detto. C’è un appunto sul mio diario: Devi scrivere della carrozza affogata! Ora, questa macchina a quattro ruote, è un giocattolo – ma preferisco dire gioco – della mia infanzia, che qualcun altro ha costruito per me – un gioco per molto tempo dimenticato “in cantina”, o forse “in soffitta”. Una sera ho messo questo titolo e via. La sera dopo ho cercato un altro oggetto, un’altra cosa – “cosa”, come parola, è una delle più importanti: significa causa, “ciò che è in causa”, ciò che in qualche modo, ci sta a cuore: ecco il fuoco, ecco il bidone di calce… e da qui la sera successiva un altro titolo. Non ho voluto fare forzature, lo scrivente era a completa disposizione: le parole, parola dopo parola, si autogeneravano – e da qui la felicità, il piacere fisico della scrittura. Ho circoscritto uno spazio e nel mezzo di tutto questo ho trovato un titolo che mi è sembrato bello: Infanzia multiforme ingegno, poi ho chiuso. Anzi, questa sezione del libro – che ancora non sapeva di essere una sezione – si è chiusa da sola.
La carrozza affogata, il mio primo libro,si presenta come un libretto. Ha una costola sottile, nemmeno cento pagine. In più ci sono diversi spazi bianchi. Forse è un invito a farvi un po’ di spazio nello stretto, con la promessa che qualcosa di vostro riemergerà dal bianco. Ogni lettore, si sa, in un certo senso riscrive ciò che legge, ogni lettore trova una parte nascosta dell’iceberg. C’è il viaggio in carrozza, c’è appunto il bianco accecante della calce, c’è il fuoco. Insomma, il libro cerca di prendervi a bordo e vi dice: vieni, accompagnami sulla mia carrozza – una cassetta di legno e le ruote di un passeggino! – prendi la ricorsa con me, e vai! vai!