A far tempo da, il flusso del tempo

Ho scritto A far tempo da nell’ agosto del 2009, più o meno in una ventina di giorni. Come spesso si dice, senza voler precisare troppo cosa significa, l’ho scritto di getto. Non ho cambiato quasi nulla. I capitoli si sono presentati in questo ordine e l’ordine è stato mantenuto, dall’uno al ventisei. Dopo l’incipit la scrittura è arrivata da sola – anche questo è un modo di dire non troppo preciso, ma va bene così. Quando “accade la scrittura” non si sa chi ringraziare. Però l’esperienza dice di diffidare degli incantesimi, soprattutto quando ne siamo avvolti. Rimani lì alla scrivania, notte e giorno, il tempo sembra non esistere più. Chiudi un capitolo, metti il numero progressivo del prossimo, e via. Poi finisce, è finita. Un misto di contentezza e faticaccia. Nelle scrittura c’è una presenza fisica e anche una durezza che è davvero impegnativa. Poi ti accorgi di essere rimasto vuoto come una canna, cioè svuotato. Magari ti ritrovi a Firenze, un giorno di agosto – nella calura di Firenze di agosto come è successo a me – e ti sembra di portare in giro il tuo uomo di paglia. Però qualcosa c’è che prima non c’era, e questa volta si chiama A far tempo da.